Categoria: live diary

Running Test: TomTom Runner 2 Cardio + Music. Chi fermerà la musica?

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Anche se tanti puristi del running storceranno il naso, io quando mi alleno (da sola) non posso fare a meno della musica. Ho una playlist, che studio meticolosamente, un po’ per tutto: ballate pop per i lunghi, sound energico per le ripetute, armonie relax per lo stretching, insomma la musica, oltre a farmi compagnia, mi carica e mi rilassa allo stesso tempo. L’unico impiccio, lo ammetto, è però portarsi dietro il lettore mp3 o lo smartphone (oltre al Gps e al cardiofrequenzimetro, a cui non posso proprio rinunciare). Meno aggeggi ho addosso quando corro e meglio sto, ma rinunciare alle musica proprio non se ne parla. Ero quindi molto curiosa di testare il nuovo TomTom Runner 2 Cardio + Music, dispositivo da polso che fa, in modo geniale, da “tutt’uno”: è in grado di combinare un lettore musicale integrato, un sensore per la rilevazione della frequenza cardiaca al polso, un sistema di monitoraggio dell’attività 24h24 e 7 giorni su 7, possiede la funzionalità Multi-Sport e un accurato sensore GPS.

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MI PIACE PERCHÈ

La caratteristica più innovativa, quella che mi ha fatto innamorare è senza dubbio, quella relativa alla musica: nello specifico TomTom Runner 2 dispone di ben 3GB per l’archiviazione musicale, il che significa avere la possibilità di ascoltare, direttamente dal proprio orologio, oltre 500 brani musicali (circa 33 ore di musica, quindi per darvi un’idea potete correre con le note nelle orecchie per due volte la 100 km del Passatore!). Inoltre, il dispositivo è compatibile con una vasta gamma di cuffie Bluetooth (che nell’ottica di minimizzare gli ‘impicci’, non guasta) e viene fornito con tracce audio pensate appositamente per il running, un mix su misura della durata di 30 minuti per motivare, fornire energia o suggerire le hit del momento scelte dai migliori DJ del mondo a cura di Ministry of Sound (le playlist possono anche essere facilmente scaricate da iTunes o Windows Media Player).

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Secondo, cosa che adoro, oltre ai cinturini intercambiabili, è che questo dispositivo permette di rilevare il proprio battito cardiaco tramite il cardiofrequenzimetro ottico. Il che significa che è sufficiente legare al polso il proprio TomTom 2 Cardio + Music, iniziare la propri attività (corsa, ciclismo, nuoto o palestra) e il gioco è fatto: la tradizionale (e fastidiosa) fascia toracica non è più necessaria. E poi c’è da aggiungere che funziona anche come activity tracker monitorando l’attività quotidiana diurna e notturna (eh sì perché ricordiamoci che si brucia anche quando si dorme!). Conoscerete così, ad esempio, il numero di passi percorsi, le calorie bruciate e il tempo di attività effettuata. Il prezzo? 249 euro

[La musica è il miglior mezzo per sopportare il tempo]

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Da Natked alla ricerca dell’armonia con Deha

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“Dovete rispettare il vostro corpo che è un’opera ingegneristica perfettissima”, con questo mantra Gianluca De Benedictis ha accolto me e un piccolo gruppo di appassionate di sport e movimento da Natked, lo spazio nato circa un anno fa in zona Porta Nuova a Milano in cui si pratica una sorta di allenamento su misura basato sul concetto di armonia tra mente e corpo.

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L’occasione è stata la presentazione della nuova collezione della linea del brand activewear Deha che si chiama appunto “Harmonic” e che è stata pensata per attività come lo yoga e il pilates, ma anche per i quotidiani momenti di relax.

Abbiamo provato alcuni nuovi capi della collezione, caratterizzati dall’essere molto comodi, morbidi, fluidi, asimmetrici con colori basici e realizzati con tessuti ecosostenibili come il cotone organico e la viscosa Lenzing, e per un’ora ci siamo dedicate soltanto a noi stesse e alla ricerca della nostra personalissima armonia.

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“Bisogna ascoltare i propri bisogni e, allo stesso tempo, ciò che il corpo comunica”, ci ha spiegato Gianluca. “L’obiettivo è quello di ritrovare forma e armonia attraverso esercizi naturali che rieduchino al movimento e allo stare bene”.

Tutti concetti affatto scontati per chi nella propria quotidianità è costretto a una vita sedentaria stando seduto per ore in luoghi chiusi, con posture scorrette e occhi fissi a un pc.

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Una delle regole di Natked, ad esempio, è che si deve camminare a piedi nudi proprio per riprendere quella confidenza con i nostri piedi che l’uso delle scarpe ci ha via via negato. Poi Gianluca ci ha parlato di “propriocezione”, termine a me prima sconosciuto, ovvero dell’abilità del corpo di trasmettere la posizione nello spazio. “Governiamo la stabilità, l’equilibrio e la coordinazione dei movimenti, così aumentiamo il nostro benessere e la nostra performance”, ha detto. Equilibrio fisico equivale a equilibrio mentale.

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Insomma il corpo deve scorrere nel suo percorso naturale, deve essere libero di andare dove sente l’esigenza di andare, con un movimento fluido che va a toccare tutti gli elementi che regolano la sua salute, con la sola interruzione della respirazione funzionale. 

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Ma l’armonia passa anche per l’alimentazione, ecco perché Deha, dopo questo momento di reset fisico (e mentale) ci ha offerto un healty break a base di frutti rossi, frutta secca, succhi pressati a freddo e… cioccolato! Armonia conquistata!

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Allenare i piedi con le Vibram FiveFingers

Mi ero ripromessa che dopo aver corso la Maratona di Milano mi sarei occupata di più dei miei piedi. Tra la preparazione di una maratona e l’altra ho passato mesi e mesi ad avere i piedi sigillati nelle scarpe da running con cui ultimamente ho corso davvero tante ore e tanti chilometri. Archiviati i 42km meneghini ho così deciso di dedicarmi un po’ al rehab dei miei piedi che pensavo fossero più forti e allenati di quanto invece lo siano davvero. Se sei abituata a correre a lungo non è detto che i tuoi piedi siano forti e in salute, anzi tendono a perdere sensibilità e a dimostrarmelo è stato proprio un incontro, insieme ad altri sportivi presso lo store Vibram di Milano, con Sergio Rossato, Fitness Project Manager del brand.

Dopo averci fatto un breve excursus sulla storia di Vibram (lo sapevate che il fondatore, il Sig. Vitale Bramani da cui deriva appunto il nome Vi-bram, ha inventato la famosa suola Carrarmato?), Sergio ci ha fatto togliere scarpe e calze e ci ha fatto prendere confidenza con i nostri piedi facendoci passeggiare su diversi tipi di superfici. Ed è stato proprio lì che mi sono resa conto di avere dei piedi non proprio al top. Devo dire che ho fatto molta fatica a seguire le indicazioni di Sergio sul provare ad allargare e addirittura a muovere singolarmente ogni dito, movimenti che, invece, dovrebbero essere più che naturali. Costituiti da 33 articolazioni, centinaia di muscoli, tendini e legamenti e con quasi 200mila sensori sotto ogni pianta, i piedi sono meccanismi perfetti e strabilianti, ma siamo diventati così dipendenti dalle scarpe che ormai sono quasi diventati un mistero per noi. È arrivata l’ora di imparare a conoscerli e soprattutto di rispettarli.

Per prima cosa i piedi vanno osservati. “Guardateli, toccateli, cercate di familiare con la loro forma e la loro condizione”, ci ha spiegato Sergio. “Vanno sensibilizzati, bisogna abituarsi a camminare su superfici diverse, noterete che i piedi risponderanno a questi stimoli in maniera diversa in base alle superfici. Provate a sollevarvi sulle punte, chiudete le dita, appoggiate il peso prima sul lato esterno e poi interno, cercare di afferrare una salvietta dal pavimento con le dita e passatela all’altro piede. Questi sono esercizi che andrebbero eseguiti ogni giorno”, ha continuato Sergio.

Insomma, ho capito che i piedi, così come tutte le altre parti del corpo, vanno allenati regolarmente e da lì mi si è aperto tutto un mondo. Sergio ci ha fatto provare le FiveFingers, le famose calzature minimaliste con le cinque dita per capirci, quelle che quando le indossi ti sembra di essere a piedi nudi. “L’ideale – dice Sergio – sarebbe indossare le FiveFingers in modo graduale, si può iniziare con una mezzora, per poi passare a qualche ora e perché no, con il tempo ci si potrebbe anche correre”. Io le sto indossando soprattutto nel weekend e dopo gli allenamenti e devo dire che sto migliorando a vista d’occhio, non sono ancora in grado di avere delle dita ‘prensili’, ma già il fatto che io ci metta soltanto qualche minuto per indossarle (rispetto all’inizio in cui facevo una fatica boia soltanto per separare le dita) è già un grande passo avanti!

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Ci sono tanti modelli tra cui scegliere, ci sono quelle indicate per la corsa, ma anche quelle per camminare, per il trekking e per lo yoga. Ci sono addirittura gli stivali e anche le calze (naturalmente con le cinque dita!)

Il consiglio è senza dubbio quello di provarle perchè si tratta di un’esperienza sensoriale unica, da fare assolutamente se si vuole bene ai propri piedi. Ormai sono diventate le mie calzature preferite soprattutto per il weekend in cui mi dedico totalmente a me e allo sport, come potete vedere dalle foto. Insomma, è un modo per tornare alle origini, camminare scalzi aumenta la percezione dei nostri piedi e ci mette in sintonia con l’ambiente circostante. Provare per credere!

 

 

Io che… “non correrò mai la Maratona di Milano”. E invece sì

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Avevo giurato a me stessa che non avrei mai e poi mai corso la Maratona di Milano essenzialmente per tre motivi: per il percorso, che essendo principalmente dislocato sulle strade che di solito percorro durante i miei allenamenti quotidiani mi sarebbe risultato troppo monotono per ben 42km (e si sa che la testa, in questi casi, la fa da padrona), per il clima (di solito senza mezze misure perché ad aprile diluvia o fa un caldo torrido)e per l’intolleranza dei cittadini milanesi (di cui mi vergogno profondamente, nonostante ne faccia parte) che penso non conosca eguali in tutto il mondo. Togli ai milanesi tutto, ma la macchina no, nemmeno di domenica mattina, nemmeno per fare 50 metri a piedi.

Esattamente 5 mesi fa correvo la Maratona di New York. Sì, ho detto proprio New York, megalopoli trafficata molto più di Milano, ma che mai ti fa sentire fuori posto, nemmeno quando una domenica all’anno 70mila runners si riversano sulle sue strade e la bloccano completamente. Quella domenica per chi corre, e per chi no, è solo una domenica di festa. Una festa di sport. Una festa di amicizia. Una festa di solidarietà.

Eppure, nonostante tante convinzioni ormai diventate quasi dogmi nella mia testa, ho ceduto e in un attimo mi sono ritrovata sulla linea di partenza della Milano Marathon. Senza se e senza ma. L’ho fatto principalmente per l’amicizia, per un patto non scritto tra compagne di corsa che ormai si sono trasformate in amiche vere. Come potevo lasciare sole Valeria, al suo debutto nella distanza regina, e Greta che puntava al personal best? Come potevo mancare alla gara più importante per il team degli Adidas Runners di cui faccio parte? No, non potevo. Lo dovevo a loro quanto a me stessa e alla mia città, tanto ostile quanto bellissima quando calpesti di corsa le sue strade.

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Ok, ero lì in mezzo a oltre 4.500 maratoneti (eravamo 20mila comprese le staffette), ma devo dire però che questa maratona non l’ho preparata minimamente. Dopo New York ho avuto un periodo di rifiuto della corsa e quindi ho trascorso i primi due mesi in quasi totale assenza da allenamento. Ma anche gli ultimi tre mesi non è che siano andati meglio, uscivo per correre una/due volte alla settimana per pochi chilometri e anche la salute non è che sia stata proprio dalla mia parte tanto da consigliarmi in molti a rinunciare e a preferire una frazione della staffetta. Mollare? Io??? Mai. E con tanta incoscienza quanto coraggio, domenica mattina ero lì nella griglia di partenza consapevole del fatto che avrei sofferto tanto e che quella medaglia me la sarei dovuta conquistare con le unghie e con i denti, ma soprattutto con tanto sorriso.

La ricchezza più grande che ti rimane però non è la medaglia, ma gli sguardi, le parole, le mani tese e le pacche sulle spalle di chi incontri in questo lunghissimo viaggio. Dei tuoi compagni di squadra che ti superano, percepiscono la tua fatica, ma che ti incitano a non mollare perché conoscono il valore di quella che non è solo una corsa. Di tutti quelli che non conosci, ma che con un gesto o una smorfia ti fanno capire che provano la tua stessa fatica e il tuo stesso dolore alle gambe ma che non c’è via d’uscita se non quella di stringere i denti e andare avanti. Ed è proprio nel momento di sgomento più profondo, quando ho smesso di correre e ho cominciato a camminare per i forti crampi alle gambe che ho sentito una mano sulla spalla che mi ha dato la forza per arrivare fino alla fine. In questa persona mai conosciuta prima, Marianna, ho riconosciuto il mio angelo custode che ha fatto sì che quella medaglia, frutto di forse la più sofferta di tutte le mie 5 maratone corse, adesso è qui ancora al mio collo.

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E ora arrivano i ringraziamenti…

Grazie ad Adidas e a tutti gli Adidas Runners che ho incontrato sul percorso e che hanno urlato il mio nome e quelli che mi hanno fatto un tifo pazzesco ad ogni zona cambio della staffetta.

Grazie a Valeria e Greta che hanno saputo sdrammatizzare le ore precedenti alla partenza quando le gambe iniziavano a tremare.

Grazie a Raffaella, Samantha e Annalisa perché ormai non possiamo più fare a meno della nostra running-chat quotidiana.

Grazie a Lia che era lì all’arrivo ad aspettarmi a braccia aperte.

Grazie a mio fratello Michele che mi ha seguito fianco a fianco per gli ultimi 4 km in bicicletta con i miei nipotini Nicolò e Matilde al seguito giurandomi che all’arrivo sarebbe stata pronta una ruota di pizza fumante tutta per me

Grazie a mamma e papà (orfano del consueto pranzo della domenica) che mi hanno aspettata al 42° chilometro, proprio in prossimità dell’ultima salita, e che non sono riusciti nemmeno a farmi una foto tanto tremavano le loro mani dall’emozione.

E grazie a tutti quelli che erano lì con me con il pensiero…

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Una serata a ritmo di push & play

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Finalmente ho provato il crossfit e l’ho fatto con la musica sparata nelle orecchie. Questa cosa dell’allenamento funzionale era da un po’ che mi ronzava nella testa, tutti mi dicevano che una volta provato non lo avrei mollato più, che tutto il fisico – dalla testa ai piedi – ne avrebbe beneficiato in poco tempo…insomma mi mancava solo il coraggio di entrare in una di quelle palestre popolata da super uomini e superdonne (e sentirmi inevitabilmente piccola piccola, simil moscerino) e affidarmi, a occhi chiusi e senza paura, ai loro trainer super muscolosi.

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Se non fosse stato per l’invito di Skullcandy probabilmente sarei ancora qui a trovare mille scuse per rimandare. E invece il brand americano specializzato in cuffie – che fonde con i suoi prodotti, musica, sport e tecnologia – ha organizzato una bella serata di crossfit session guidata da Sara Ventura, head trainer presso la sua palestra Crossfit Navigli di Milano, per far conoscere le Skullcandy XTFree, le nuove cuffiette bluetooth del brand dal fit in ear, quindi comodissime per fare sport. E io non potevo di certo mancare.

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Nonostante Sara l’abbia definito un allenamento “rilassante” quello che ci è toccato è stato un training breve sì, ma decisamente intenso, in cui la musica nelle nostre orecchie era mixata alla sua voce che ci guidava e incitava.

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Dopo qualche minuto di riscaldamento in cui sciogliere i muscoli, ecco la parte centrale della sessione in cui il numero 8 è diventato un’ossessione: 8 minuti no stop di una combinazione fatta di 8 squat, 8 push press e 8 sit up con una palla da 6 kg (che poi ho subito sostituito con una più leggera da 4 kg!) seguiti da 2 burpees, il tutto ripetuto all’infinito (sarà un caso che l’8 è il numero che simboleggia proprio l’infinito? O più semplicemente quegli 8 minuti mi erano sembrati un’infinità, chissà…).

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Sono uscita dalla palestra, con il solito sorriso ebete di chi suda, si stanca (anche dopo una lunga giornata di lavoro), ma è felice. Perchè c’è lo sport. Perchè c’è la musica. Perchè ci sono gli amici. 

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Training, forti e combattivi con l’off road

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Dicono che ciò che non ti fa inciampare, ti fortifica. E allora quale migliore allenamento, magari durante un weekend lontano dalle solite strade di città, se non quello di correre veloce sui terreni sconnessi per migliorare la forza, perfezionare l’equilibrio, sviluppare la sensibilità al ritmo e potenziare la resistenza mentale.

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Mi sono allenata su un percorso di montagna a 1.800mt di altitudine in Valle Camonica, ho scelto di indossare un outfit super fluo (è fondamentale essere visibili il più possibile su tracciati innevati) della linea Pimkie Sport e ho colto l’occasione per testare le nuovissime New Balance Fresh Foam 1080, calzature “neutre” dotate di un’ottima ammortizzazione che si percepisce soprattutto quando si spinge in salita.

E via, sono partita alla ricerca di sentieri accidentati per allenarmi a diventare più agile e combattiva.

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Chi l’ha detto che le cosiddette “ripetute” vengono bene solo in pista? Dopo 15 minuti di riscaldamento, ho provato qualcosa di alternativo, un off road in cui, per esempio, correre forte per 3 minuti e recuperare per 1’30”, il tutto ripetuto per 6-8 volte. Per affinare, invece, la mia capacità di accelerare e decelerare, ho corso qualche sprint, da 100mt l’uno, con cambio di ritmo: 30mt a velocità medio-alta, 40mt forte e altri 30mt a un ritmo medio-alto.

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6ookInfine, per stimolare e potenziare la stabilità, basta alzare da terra un piede, piegarlo all’indietro e rimanere in equilibrio, con gli occhi chiusi, per mezzo minuto per poi ripeterlo anche con l’altro piede almeno 5 volte per parte.

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Qualche esercizio di stretching per allungare i muscoli e via al defaticamento che, con un panorama così, non può che giovare sì al corpo, ma soprattutto alla mente.

Ogni tanto si ha proprio la necessità di evadere lasciando a casa la solita “strada”.

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5 motivi per correre (a Nizza) la Prom’Classic

Correre la Prom’Classic è sempre un’ottima idea. Potrei elencarvi un milione di buoni motivi per andare a Nizza, nel weekend appena dopo l’Epifania, e partecipare a questa corsa di 10 km interamente lungo la Promenade des Anglais. Ma ne ho scelti solo 5 (per me i più importanti) perchè questa gara diventi un must del vostro calendario runnico.

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1.    Innanzitutto per tuffarsi qualche giorno in una vera e propria stagione primaverile (anche se si è a metà gennaio), rispolverare l’outfit da corsa estivo e azzardare, se si è fortunati, addirittura un bagno in mare post gara.

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2. Perché è una gara adatta a tutti, dai professionisti ai principianti (è completamente  piatta) e, novità di quest’ultima edizione, anche ai più piccoli che hanno potuto cimentarsi nelle distanze 1,5km per i bambini tra i 10 e gli 11 anni e 750m per quelli di età compresa tra 8 e 9 anni.

La corsa dei bimbi
La corsa dei bimbi

3. Poi perchè gareggiare proprio sotto l’Hotel Negresco ha un fascino senza eguali. Correre seguendo la sua famosa cupola rosa riporta alla magia della Belle Epoque. Lo sapevate che l’albergo fondato nel 1913 è considerato una sorta di Tour Eiffel di Nizza oltre che quasi un museo perchè custodisce numerose opere d’arte tra cui un ritratto di Luigi XIV, secondo per importanza solo a quello del Louvre?

All'orizzonte la cupola del Negresco
All’orizzonte la cupola del Negresco

4. Per godersi in assoluto relax il tramonto della baia seduti sulle celebri chaises bleues (le seggiole blu) lungo la Promenade des Anglais assaporando la brezza marina della Costa Azzurra.

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5. Per gustare, come recovery meal, la Socca (si pronuncia con l’accento sulla à), la sottilissima pasta di farina di ceci, simile alla nostra farinata, o la Pissaladière, tipica focaccia rustica con cipolle, acciughe e olive, passeggiando tra i vicoli della città vecchia.

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Relax, Recharge & Restart

C’è un tempo per correre e uno per fermarsi un po’ a prendere fiato. Lo chiede il corpo, lo pretende la mente. C’è un momento in cui la modalità ‘reset’ é d’obbligo e allora si mette ordine per ripartire più forte di prima.

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Dopo aver corso una maratona ti senti come svuotato. Passi mesi ad allenarti duramente con un unico obiettivo. I giorni passano scanditi da sudore, fatica, sacrificio e rinunce, poi quei 42 km ti ridanno tutto in un istante solo, proprio quando tagli quel traguardo che hai immaginato e sognato per così tanto tempo. E poi improvvisamente é il vuoto. Ti manca tutto.

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Ed é proprio in quel momento che si sente la necessità di ripartire da zero, di ripartire da se stessi. É un po’ quello che sta succedendo a me in questo periodo, insomma sento il bisogno di riscoprire quel piacere di correre, lontano dagli obiettivi forzati, dalle competizioni, dalle tabelle e dai tempi. Riappassionarmi, ecco, è la parola giusta.

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Prima regola, correre quando (e solo se) ne ho voglia. Lasciare l’orologio e la musica a casa e improvvisare un percorso al momento, meglio ancora se in un posto nuovo dove non sono mai stata. E poi sto riscoprendo anche il piacere di correre da sola, un po’ come quando tutto ebbe inizio. Solo io, la mia testa, il mio cuore e le mie gambe. E niente più.

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Nella mia personalissima fase di disintossicazione dalla corsa sto trovando spazio anche per altro, per lo yoga e per il training ad esempio. Fortificare mente e corpo sarà uno dei buoni propositi per l’anno che sta per iniziare.

Quando si vuole fare troppo i fenomeni, poi arriva un momento in cui si ha la necessità dì ritornare a sentirsi un po’ più umani…

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NYC Marathon 2015, finishing is your only fucking option!

New York. Ancora New York. Trecentosessantacinque giorni dopo la mia prima maratona nella Grande Mela, sono ancora qui sulla linea di partenza del Ponte di Verrazzano con la stessa emozione, gli stessi brividi che gelano i muscoli e contemporaneamente la stessa scarica di adrenalina che rende le gambe scalpitanti. Tutte sensazioni e stati d’animo fortissimi a cui non mi abituerei nemmeno dopo averne corse altre 100 di maratone. Cuore, testa e gambe sono pronti per il mio viaggio, ancora, attraverso i cinque quartieri di New York: Staten Island, Brooklyn, Queens, Bronx e Manhattan. La testa si affolla di pensieri, il cuore inizia a pulsare sempre più forte e gli occhi si bagnano di gioia. E poi il boato, un colpo di cannone e via, più di 100mila piedi si mettono in viaggio verso la meta. Sto correndo la maratona più bella del mondo, mi sento piccola piccola, ma con un orgoglio grande e mi faccio trasportare dal fiume di energia positiva che catturo in tutti gli occhi che incrocio durante la mia corsa. Posso percepire la forza che mi trasmette chi, anche se lontanissimo, è lì accanto a me con il pensiero.

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Ogni passo è una lotta contro la fatica che cerco di combattere in nome di tanti mesi fatti di sudore e sacrifici. In nome di tutte le ore di sonno perse il sabato e la domenica mattina, quando la sveglia suona sempre e comunque alle 6. In nome delle corse sotto il sole torrido di agosto, ma anche sotto le piogge di fine stagione. Insomma, ogni passo e ogni goccia di sudore di questi 42,195 km ha una dedica speciale. È il momento del riscatto, la strada davanti è mia, devo solo conquistarla con un piede davanti all’altro. Ma l’entusiasmo a un certo punto lascia spazio alla stanchezza e a un momento di sconforto. Le prime a crollare sono le gambe, ho i crampi, e sono solo a metà, poi anche la testa fa un passo indietro e allora guardo il cielo azzurrissimo di una New York quasi primaverile, e cerco (perchè da qualche parte c’è) la forza di andare avanti. La trovo nell’abbraccio amorevole della folla che incita, applaude e incoraggia. La trovo nell’espressione di goia e sofferenza di chi sta correndo a fianco a me, chi cieco, chi senza un arto e chi ha sconfitto una malattia, tutti vicini, quasi fratelli, con un sogno comune. In prossimità di un ponte, mi si avvicina un uomo colombiano su una sedia a rotelle e mi chiede di aiutarlo a spingerlo nella salita. Non posso deludere quella voglia di far tremare l’asfalto che leggo nei suoi occhi, il suo coraggio diventa la mia forza.

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Penso che in fondo la maratona sia qualcosa che di più simile non c’è alla vita e alla vita, cavolo, non ci si può arrendere mai. Quindi prendo fiato sì, rallento, a tratti cammino, ma non mollo.

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Niente gambe e niente testa, questa volta è stato il cuore a portarmi all’arrivo. Quel cuore un po’ malconcio, quello con le cicatrici, quello deboluccio. Bhè quell cuoricino che batte sempre a mille, su cui non avrei scommesso nemmeno un centesimo, mi ha portato (trascinando anche testa e gambe) ancora una volta con le braccia alzate, a tagliare il traguardo di Central Park.

Piango e chi mi mette la medaglia al collo mi abbraccia forte quasi come fosse la mia mamma.

Non mi chiedete quanto ci ho messo…a New York il tempo non conta, vale solo il cuore.

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Correre alla giapponese. A Milano

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Correre una “numero zero” è sempre qualcosa che mi emoziona. Non so mai di preciso cosa mi aspetta e quell’“effetto sorpresa”, di solito, rende le mie gambe ancora più scalpitanti. Se poi alla trepidazione per una nuova esperienze di running ci aggiungi la formula “a staffetta” e un pizzico di atmosfera giapponese che anima il luogo dove di solito ti alleni, l’Arena di Milano, il divertimento non può che essere assicurato.

E così lo scorso sabato 26 settembre posso dire di aver corso “alla giapponese”. Ho corso quello che il popolo del Sol Levante chiama “ekiden” (eki= stazione e den=trasmettere) e da qui il nome di Ekirun, una gara a staffetta unica nel suo genere e dalle regole ben precise, proprio come vuole il rigore orientale, che ha debuttato in Italia.

Si tratta di una corsa, lunga come una maratona (42,195 km), che prevede la partecipazione di squadre composte da 6 corridori, maschili, femminili o miste. Ma la particolarità è che ad ogni cambio, i frazionisti sono tenuti a passare al compagno successivo una fascia da indossare a tracolla, il tasuki, tipico testimone della competizione diventato ormai il simbolo dell’evento.

A battezzare la prima edizione made in Italy della Edenred Ekirun c’era un sole caldo e un’aria frizzantina tutt’altro che autunnale e già dalle prime ore della mattina l’Arena si era gremita di un esercito di spettatori ed entusiasti runners, tra cui la mia squadra tutta al femminile. Un team messo insieme all’ultimo minuto e composto da sole 4 ragazze. Infatti tra le rigide regole della competizione era previsto di poter correre più di una frazione a patto che non fossero consecutive. E così, a presentarsi ai nastri di partenza accanto al nostro team “Cosmic Girls”, oltre 200 squadre, di cui 37 iscritte alla gara competitiva (tra cui 350 donne), e Annalisa, la nostra prima frazionista. Era pronta a partire per i suoi 7,195 km intorno all’Arena e al Parco Sempione con il testimone a tracolla, con su scritto “Run as One”, che la rendeva ancora più emozionata.

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A dare il via alla gara sono stati i suonatori di tamburi tradizionali Taiko dell’Associazione Italiana Shumei, che hanno caricato di adrenalina chi iniziava a correre e chi aspettava il suo turno per farlo. Greta, la seconda frazionista della nostra squadra, già pronta nella zona cambio allestita all’interno della pista di atletica scrutava impaziente all’orizzonte fino a quando Annalisa, a circa un centinaio di metri da lei si è tolta la fascia e con le braccia tese, come voleva il regolamento, gliel’ha affidata sfrecciando per il suo giro da 5 km. Ed è qui che sono entrata in gioco. Appena partita la mia compagna di squadra sono arrivata nella zona di cambio e durante quei 25 minuti in qui sono stata lì ad aspettare Greta mi sono davvero divertita nell’osservare i passaggi di testimone dei diversi team (molti dei quali organizzati tra colleghi di lavoro), dai nomi più disparati (da “Maidirebanzai” a “Ciaparatt” e “Le Paperelle”) stampati sulle magliette create ad hoc.

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La mia frazione era una di quelle “lunghe”, da 10 km e una volta indossata la mia fascia ho cominciato a correre a ritmo sostenuto perchè il fatto di avere un testimone da passare a una compagna mi faceva sentire carica di responsabilità. Ho percorso così due volte l’anello intorno allo storico tempio dello sport milanese, passando per il Castello Sforzesco, la Triennale e il Parco Sempione, tra spettatori incitanti e automobilisti adirati per il traffico bloccato. Il testimone passa così a Federica, la terza frazionista che percorre i suoi 5 km, e poi tocca ancora a Greta, che di chilomentri ne percorre 10, e poi il tasuki passa definitivamente ancora a me che lo porto al traguardo dopo altri 5 km. La nostra squadra, con grande soddisfazione, si classifica prima femminile nella categoria non competitiva. Ma in realtà ciò che ha vinto è stato lo spirito di squadra, l’unione delle forze e il supporto reciproco. Insomma, un esperimento ben riuscito questa Edenred Ekirun, una corsa che si è rivelata più una festa che una competizione i cui premi, nel rispetto della tradizione giapponese, non potevano che essere delle creazioni artistiche a forma di origami. E poi, per festeggiare (e per rimanere in tema) tutti a mangiare sushi, un ottimo recovery meal per rimettersi in forze!