#cityrunners ad alta quota. Alpe di Siusi, due passi in paradiso con i keniani

 

L'altipiano
L’altipiano

 

Ecco, correre tre metri sotto il cielo ancora mi mancava eppure Adidas, meglio di una Lampada di Aladino, è riuscita ad avverare anche questo.

Noi #cityrunners, si sa, siamo abituati a correre in città, come sottolinea tra l’altro anche il nostro nome, dove tutto è monotonamente piatto, quindi quando ci è stato proposto di partecipare alla Mezza dell’Alpe di Siusi l’entusiasmo e la curiosità si sono subito impennati. Correre a 2mila metri? La risposta è stata immediata: sì, lo voglio!

E subito ho cercato qualche dettaglio in più: si tratta di una gara, sponsorizzata da Adidas, di 21.097 metri con 600 metri di dislivello, riservata a soli 500 partecipanti, che si svolge, da due edizioni, sull’altipiano più grande d’Europa (ampio ben 60 km2), l’Alpe di Siusi, una sorta di porta che si apre sulle Dolomiti.

Molto convinte dai paesaggi mozzafiato che Google image ci ha anticipato e forse un po’ troppo ignare che si trattasse di una gara definita “abbastanza tosta” dagli addetti ai lavori, io e Giulia, l’altra #cityrunners coinvolta con me in questa avventura, ci siamo dirette alla conquista dell’Alpe.

Siamo partite in auto sabato mattina dal campo XXV aprile in compagnia niente di meno che di Danilo Goffi, nostro complice e angelo custode per tutto il week end, ma soprattutto campione italiano in carica di maratona che alla Mezza dell’Alpe di Siusi avrebbe gareggiato per allenarsi in vista dei suoi futuri impegni agonistici. Dopo uno spassosissimo viaggio, che mi ha ricordato le gite delle medie a suon di chiacchiericcio e patatine, siamo arrivati a Compaccio, piccolo insediamento e punto di partenza della maggior parte dei sentieri escursionistici dell’Alpe. Ad aspettarci una meravigliosa stanza del Seiser Alm Urthaler, hotel costruito interamente in legno secondo le regole della bio-architettura. Lì abbiamo conosciuto il nostro secondo angelo custode Pietro, del marketing di Adidas, che con la guida di Daniela del Consorzio Turistico ci ha accompagnati per un piccolo giro nel comprensorio del Bullaccia con tanto di viaggio in cabinovia.

E così ho scoperto che l’Alpe di Siusi è un vero e proprio paradiso per i podisti tanto che offre un running park che comprende 20 tracciati, 11 punti di partenza, per un totale di 180 km che si snodano ad un’altitudine tra i 900 e i 2.300 metri. Ecco perchè l’Alpe di Siusi viene scelta da molti campioni per i loro allenamenti in altura, tra questi anche da molti team di keniani.

Quest’anno era presente all’Alpe, per un training di due settimane, la squadra di keniani di coach Gianni De Madonna formata da Caroline Jepchirchir Chepkwony, seconda alla Vienna City Marathon, Mercy Jerotich Kibarus, Titus Kwemoi Masai, classe 1989, con un personal best sotto l’ora alla Mezza Maratona di Ras Al Khaimah nel 2010, Patrick Kipyegon Terer, vincitore quest’anno nella Maratona di Praga, e Lawi Kiptui.

E proprio con i keniani, il loro coach e Danilo abbiamo improvvisato un mini (e chiamiamolo “mini”) allenamento pomeridiano di 40’. Inutile dire che sono riuscita a seguirli, nonostante per la loro andatura andassero pianissimo, per nemmeno 10 minuti, poi ho deciso di deviare preferendo una doccia rigenerante pre-cena pittosto che stramazzare sul cucuzzolo della montagna inseguendo l’inseguibile.

Pronti per l'allenamento
Pronti per l’allenamento
Foto storica: io davanti alle keniane?????
Foto storica: io davanti alle keniane????

Durante la cena, dato che erano seduti proprio al nostro stesso tavolo, ho avuto modo di analizzare da vicino questi campioni che vivono e si allenano a Iten, su un altipiano del Kenya. Ho scoperto che amano le barbabietole, che mangiano tante carote, patate, insalata, pollo e pesce e che accompagnano il tutto con una tazza di latte caldo zuccherato. Sono ghiotti di frutta, in particolare di banane (“ndizi” in lingua Swahili) e di kiwi. Ma la loro bevanda preferita è il Chai Tea: acqua, zucchero, latte e thè. Dormono in media dalle 21 alle 8, e corrono due volte al giorno. La domenica si allenano solo una volta perchè vanno in chiesa e un altro giorno recuperano allenandosi tre volte, per un totale di circa 150 km a settimana. Dopo una lunga session fotografica ricca di selfie con i keniani la serata si è conclusa in albergo a vedere la partita di calcio Olanda-Costa Rica davanti a birra e noccioline per scongiurare l’ansia pre-gara che poi non ci ha fatto chiudere occhio durante la notte.

A cena con i keniani
A cena con i keniani
Keniani a cena
Il post cena: vai con lo shooting!!!

La sveglia è suonata alle 7, ma in realtà sia io che Giulia eravamo sveglie già da un pezzo con le farfalle nello stomaco. Dopo una rapida colazione a base di thè e fette biscottate con la marmellata e dopo aver deliberato che era meglio correre in corto (il sole quando faceva capolino tra le nuvole era davvero caldo) le #cityrunners erano pronte sulla griglia di partenza. O meglio, mentre Giulia aspettava lo sparo io sono stata accompagnata (addirittura con il furgone dei pompieri!!!) circa al decimo chilometro per correre la seconda metà della gara in una staffetta speciale.

Selfie in ascensore
#cityrunners selfie

Oltre alla nostra staffetta ne era prevista anche un’altra di beneficienza composta da 21 concorrenti che dovevano correre però soltanto un chilometro a testa con l’obiettivo di raccogliere fondi per l’organizzazione “Medici dell’Alto Adige per il Mondo”.

Io, Danilo e Giulia
Io, Danilo e Giulia
#cityrunners alla partenza
#cityrunners alla partenza

E da lì mi si è aperto un mondo fatto di salite impossibili (fino al 30%) e discese ripide, mucche e cavalli liberi, ciclisti e famiglie che facevano trekking sul nostro stesso percorso, prati fioriti, ruscelli, ponticelli, e poi quel senso di totale libertà che placa qualsiasi segno di stanchezza. D’altra parte correre al cospetto del Sasso Piatto e del Sasso Lungo e sotto lo sguardo del Massiccio dello Sciliar, non è cosa da tutti i giorni.

E poi, ancora, la solidarità di chi ti supera, si gira e ti dice di non mollare, di chi ti incita e ti applaude dal bordo del percorso facendoti sentire importante anche se non ti conosce. Ecco, lo sport è questo e non c’è distanza o dislivello che ti faccia paura. Senza poi parlare di quando tagli il traguardo e ti senti, per un attimo, invincibile anche se non salirai mai sul podio. Non c’è che dire, più che stancarmi la corsa mi fortifica ed è tutto tremendamente bello.

A 50 metri dal traguardo
A 50 metri dal traguardo
La finish line
La finish line

E la felicità è aumentata quando all’arrivo ho ritrovato Giulia (ancora tutta intera!) e ho scoperto che Danilo era arrivato 3° assoluto con il tempo di 1:23’33’’ (ma non doveva essere solo un allenamento, Dani????) e abbiamo festeggiato tutti con canederli, salsiccette, strudel di mele e cioccolata con panna, alla faccia del recovery meal!

Io, Danilo e Giulia all'arrivo
Io, Danilo e Giulia all’arrivo
Il podio "vero"
Il podio “vero”
Il podio "falso"
Il podio “falso”
#cityrunners e Danilo Goffi
Una squadra fortissimi

Scendere dall’Alpe di Siusi e tornare in città non è stato facile, ma d’altraparte noi siamo #cityrunners che possono trasformarsi in stambecchi sì, ma solo per un giorno!

Un grazie speciale va innanzitutto ad Adidas per l’opportunità che ci ha dato facendoci sentire delle principesse in scarpe da ginnastica, a Giulia, impavida #cityrunners con cui spero di aver iniziato una bella amicizia, e a Danilo, il campione sempre sorridente dall’infinita carriera sportiva e dalla semplicità immensa, da cui tutti noi aspiranti runner dovremmo prendere esempio.

 

Triathlon goes fashion

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L’inizio del fashion show

Se Dirk Bikkembergs porta in passerella il triathlon vuol dire che qualcosa sta cambiando nell’immaginario collettivo. Il brand che ha legato il suo successo al mondo del calcio ha piacevolmente sorpreso: niente pallone, nonostante il bombardamento mediatico dei Mondiali, al fashion show che presenta la collezione Sport Couture P/E 2015, ma solo un diktat: nuotare, pedalare, correre.

L’uomo nuovo é uno e trino, con un pizzico di follia. Il triathlon, nato come disciplina per uomini d’acciao, sta conquistando sempre più seguaci tra i comuni mortali e anche il mondo della moda se ne è accorto tanto da decretare il triatleta come la nuova icona di stile. Quello proposto da Bikkembergs è un uomo reale sì, ma come un supereroe dal fisico statuario valica i limiti della normale resistenza. Ci riesce grazie alle tre specialità unite in uno stile di vita, più che in una semplice disciplina sportiva, capace di forgiare attraverso massacranti allenamenti quotidiani il corpo, la personalità e l’esistenza intera degli atleti che lo praticano. Sembra proprio che quella gente abituata a ritmi inumani, addestrata a soffrire e a non spaventarsi per il sudore o perché fa troppo caldo o troppo freddo, stia pian piano mettendo in discussione la figura del calciatore, sportivo per eccellenza prestato alla moda.

L'inizio del fashion show
Gli atleti statuari

Così, in scena, colonne statuarie di corpi perfetti e immobili, come statue in uno stadio dell’antichità, hanno scandito i tre momenti dello show tra look ispirati a swim, bike e run. Pennellate di turchese per il nuoto, verde per il ciclismo, giallo per la corsa: hanno sfilato in successione, come in una gara, capi di ispirazione sportiva, costumi e body total white di Arena, leggings elasticizzati dai motivi geometrici in cui affiorano evidenti i tecnicismi lessicali del triathlon.

A chiudere la sfilata c’è il corpo scultoreo di Daniel Hofer (C.S. Carabinieri) che sprinta in passerella. Lui è il campione italiano ai vertici del triathlon mondiale e la sua presenza ha ufficializzato la sponsorizzazione di Bikkembergs del Grand Prix Triathlon 2015, evento organizzato da FITRI, Federazione Italiana Triathlon, a Milano in occasione dell’EXPO. Ho scambiato due chiacchiere con Daniel e ho scoperto che dietro i suoi occhi di ghiaccio scalpita un animo ruggente.

Che effetto ti ha fatto essere il protagonista di una sfilata?

È successo tutto così velocemente che mi sembra di vivere in un sogno! Mi sento appagato per tutti i sacrifici fatti negli anni passati e sono felice per il triathlon che ha avuto in questo modo molta visibilità.

 

Daniel Hofer
Daniel Hofer

Qual è il tuo rapporto con la moda? Quando non indossi la muta come ti vesti?

Mi definisco un tipo elegante-sportivo, indosso jeans, camicia o maglietta con blazer. Per le scarpe solitamente scelgo le sneakers. E poi preferisco i boxer agli slip!

 

Quando e come hai scoperto il triathlon?

Me l’ha fatto scoprire il mio papà che era un Ironman e che si sta ancora allenando come un matto per scaricare le tensioni del lavoro (è un cuoco di Bolzano)! Ho fatto la prima “garetta” a 8 anni e poi mi sono diviso tra hockey su ghiaccio e triathlon per poi diventare professionista a 17 anni.

 

La tua giornata tipo…

Colazione abbondante, primo allenamento poi pranzo e riposino obbligatorio, sono un grande appassionato della “siesta”! Nel pomeriggio uno o due allenamenti e poi dopo cena svago tra amici: film, musica, concerti, massaggi shiatsu o un buon libro.

 

Quanta follia c’è nell’essere un triatleta?

Tanta… :-)!! Più che altro deve essere una passione perchè essere al top in tre discipline non è facile e bisogna avere molta pazienza e calma.

 

Segui altri sport?

Li seguo un po’ tutti, soprattutto quelli invernali e mi piace praticare lo snowboard.

 

Il tuo futuro…

Cerco di migliorarmi giorno per giorno sia come persona che come atleta. Qualche anno fa mi sono avvicinato allo shiatsu che mi aiuta molto in questo percorso.

 

Esprimi un desiderio…

Vorrei cavalcare un’onda positiva che non svanisca mai!

Daniel Hofer
Daniel Hofer

 

Nuoto
Nuoto
Bici
Bici
Corsa
Corsa

 

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Il defilè finale

Mega lezione di yoga: 1.500 Om sotto il cielo di Milano

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Lo yoga è sempre stato in cima alla lista dei miei desideri, ma, un po’ perché il concetto di calma proprio mi sfugge, un po’ perchè sono perennemente di corsa, ho sempre rimandato il mio incontro con questa disciplina definita “scienza dell’anima”. Almeno fino a qualche giorno fa quando Milano è diventata, per un giorno, capitale dello yoga.

Per il mio debutto da “yogini” ho voluto fare le cose in grande e ho partecipato alla prima edizione italiana di Free Yoga by Oysho, una masterclass, totalmente gratuita, che ha riunito oltre 1.500 persone all’interno di Parco Sempione, una delle zone più verdi nel cuore della città. Posso dire di aver partecipato al più grande evento di yoga mai organizzato nel nostro Paese.

La maxi lezione è stata tenuta dalle insegnanti di fama internazionale Anna Inferrera e Giselle Bridger insieme a Xuan-Lan Trinh, una delle tre fondatrici del progetto Free Yoga, mentre dell’equipaggiamento dei partecipanti (tappetino, maglietta e zainetto ricco di prodotti) se ne è occupato Oysho, brand di underwear, beachwear e abbigliamento per il tempo libero del gruppo spagnolo Inditex a cui fa capo anche Zara.

Milano si ferma e diventa improvvisamente silenziosa. Tra asanas e sauti al sole, si sentono vibrare solo 1.500 Om che viaggiano all’unisono.

Ho percepito che lo yoga, al pari della corsa, è un allenamento ma in questo caso si tratta di un esercizio alla tranquillità interiore tramite concentrazione, movimento e respirazione.

Quello di Milano è stato il secondo appuntamento Free Yoga by Oysho di quest’anno, lo yoga gratuito è partito da Madrid, in Plaza Mayor, il 24 maggio e sbarcherà per la terza volta a Bercellona il 4 ottobre.

Namasté!

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Quelli che…sì, siamo #cityrunners

In giro di una settimana mi sono trasformata da allodola in gufetto. Dopo la Run 5.30, corsa appunto alle ore 5.30 della mattina, mi sono cimentata in una gara notturna, giusto per non farmi mancare nulla e per mandare un po’ in tilt il bioritmo.

A Milano è una sera di primavera, all’apparenza, qualunque. Sono quasi le 21.30 e nell’aria soffia un vento strano, non per quelle nuvole che minacciano l’orizzonte quanto piuttosto per il clima elettrizzante che di lì a poco avrebbe travolto le strade della città. 

Più ti avvicini a Piazza Gae Aulenti e più ti rendi conto che quello non è un tramonto qualunque. Un esercito di 7.500 donne scatenate è pronto sulla linea di partenza della “We Own The Night”, la corsa di 10 km organizzata da Nike che arriva a Milano dopo aver raccolto il testimone da Londra, la prima città che ha dato inizio alla serie di gare tutte al femminile, che poi si trasferirà a Berlino, Amsterdam e Parigi. 

Moldiv_1401826603332Il plotone delle runners (tra cui un’altissima percentuale di ‘novelle’ della corsa e qualche maschietto infiltrato con tanto di parrucca) ha le idee chiare: l’importante, più che tagliare il traguardo o fare il proprio “personal best”, è essere fashion ai massimi livelli, costi quel che costi. Trucco impeccabile e look ricercatissimo per la maggioranza e non manca chi si intrattiene sorseggiando cocktail quasi come fosse all’aperitivo nella vicina Corso Como più che in attesa dello sparo di una gara podistica.

D’obbligo le scarpe da ginnastica fluo e la t-shirt ufficiale turchese, con il baffo (di Nike) in evidenza. Chi non la indossa è guardato un po’ male, specie se ad essere “diverso” è il team #cityrunners di Adidas che veste in fucsia e che occupa la coda della start line. La gente mormora, l’agonismo sale così come si impenna il senso di appartenenza a una squadra, anche se si corre una “non competitiva”.

Parte la gara, il percorso porta le runners attraverso i punti più belli della città tra cui Piazza Duomo, l’Arena Civica, dove un inaspettato gioco di luci ha scandito il primo chilometro, lo storico Teatro alla Scala e Piazza dei Mercanti, dove un’orchestra dal vivo ha tenuto un concerto di musica classica.

C’è chi corre seriamente lottando contro il cronometro, alcune passeggiano e chiacchierano tra loro fitto fitto come fossero dal parrucchiere, altre si sparano selfie ogni 50 metri, è un momento di mondanità da immortalare che coinvolge una popolazione eterogenea accomunata da un entusiasmo adolescenziale. Milano diventa così the place to be.

All’arrivo, tra innumerevoli gesti di solidarietà, mani tese e tifo da stadio di parenti e amici, c’è chi, nonostante i 10mila metri percorsi, ha ancora la forza di indicare le magliette diversamente scarlatte e di sussurrare qualcosa all’amica di fianco: “ci sono i cityrunners!”. Bene, altro che notte conquistata, qui si tratta di aver conquistato un’identità, e anche bella forte pare! Avanti così.

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Correre alle 5.30 della mattina. #cityrunners not in a bed mood

Ore 4.30, manca un'ora alla Run 5.30
Ore 4.30, manca un’ora alla Run 5.30

La sveglia suona alle 4.15, spalanco gli occhi e mi dico: “è buio, c’è troppo silenzio, è presto per andare a lavorare, vabbè mi giro dall’altra parte, ho ancora un paio di ore di sonno da fare”. Abbasso le palpebre e inizio a sognare una cosa veramente assurda.

Immagino che quella sveglia sia stata puntata all’alba per andare a correre la Run 5.30, una sgambettata non competitiva alle 5.30 del mattino di un giorno feriale per il centro di Milano. Mi alzo dal letto e al buio (sperando di non svegliare Ugo, can che dorme) mi vesto e, come se fossi una ladra (in casa mia), in punta di piedi esco dalla porta con le mie Adidas Supernova Glide Boost in mano. In un attimo mi trovo in mezzo alla strada: nessuna forma di vita. Nemmeno l’edicola all’angolo ha ancora aperto eppure io, a quell’ora non sono in pigiama bensì in pantaloncini e maglietta, occhi stropicciati e forma del cuscino stampata sulla faccia, e sto andando a correre: l’orologio segna le 4.45.

#cityrunners alla partenza
#cityrunners alla partenza
All'arrivo
All’arrivo

Alle 5.00 arriva Mirko, qualche secondo dopo appare anche Lucia, una minidelegazione di #cityrunners non troppo normali è pronta per raggiungere, in macchina gialla, il parco Indro Montanelli dove c’è la partenza della gara. Dopo esserci congiunti con il resto della banda #cityrunners, ecco lo sparo: si va! Siamo quasi 2mila partecipanti, una lunga scia arancione che dà il buongiorno a Milano.

Si dice che per godersi appieno una città bisogna ammirala quando tutti dormono, niente di più vero. Prima corso Venezia, poi piazza San Babila, la Galleria Vittorio Emanuele, Palazzo Reale, il Duomo, via Montenapoleone…in una mezz’oretta arriva il traguardo e intanto il sole inizia a spuntare. Una corsa iniziata di notte e terminata di giorno non è cosa da poco soprattutto se all’arrivo ti aspettano per colazione le ciliege, le prime che mangi della stagione. Sono le ore 6, “tra 3 ore devo essere a lavoro”, mi dico, e mentre l’ansia mi assale solo all’idea di “tornareacasafareladocciavestirmiportarefuoriugoprenderelametro” spalanco gli occhi e mi ritrovo nel mio letto. É stato solo un sogno!

Al ritiro della maglia con il Topo Gigio della Run 5.30
Al ritiro della maglia con il Topo Gigio della Run 5.30

 

 

A day with… Jawbone UP24

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Finalmente è arrivato in Italia! L’UP24 di Jawbone è sbarcato in quasi tutti gli angoli del globo (si conta che sia oggi distribuito in 29 Paesi) e per festeggiare il suo debutto tricolore ho deciso di passare 24 ore “cheek to cheek” con questo braccialetto per farvi capire come funziona.

Innanzitutto, per chi ancora non lo conoscesse, UP24 è il sistema integrato, braccialetto più applicazione (scaricabile sul proprio smartphone) con tecnologia bluetooth 4.0 per il monitoraggio del sonno, del movimento, del cibo e dell’umore che si aggiunge al noto UP, la versione tradizionale già in commercio, per migliorare il proprio stile di vita.

 La novità principale è che questo nuovo braccialetto, rispetto al suo “fratello maggiore”, si sincronizza via wireless al dispositivo iOS o Android per accedere in tempo reale ai dati. Tra le altre caratteristiche di questo vero e proprio “tracker dello stile di vita” ci sono ad esempio l’“obiettivo di oggi”, ovvero impegni su una tra tre categorie (sonno, movimento o assunzione di acqua), che invitano a raggiungere un obiettivo suggerito nell’arco di una giornata oppure la funzione “smart alarm” che ti sveglia nel momento ottimale del proprio ciclo di sonno, così che ti possa sentirsi perfettamente riposato o ancora, dopo un lungo periodo di inattività, l’UP24 ti avvisa cercando di incoraggiarti a muoverti.

UP24 registra camminate e allenamenti di ogni tipo osservando ad esempio le calorie bruciate e l’intensità della sessione. Monitora ciò che mangi e bevi e tiene il conto delle ore in cui dormi, il sonno leggero, quello profondo e le fasi di veglia.
UP24 registra camminate e allenamenti di ogni tipo osservando ad esempio le calorie bruciate e l’intensità della sessione. Monitora ciò che mangi e bevi e tiene il conto delle ore in cui dormi, il sonno leggero, quello profondo e le fasi di veglia.

C’è poi l’applicazione “UP Coffee “ (disponibile per iOS) che, consapevole dei milioni di amanti del caffè in tutto il mondo, consente di monitorare il consumo personale di caffeina , avvisandoquando si sta superando la dose consigliata, e comprenderne l’impatto sul sonno.

Il braccialetto UP24, la cui batteria ha un’autonomia di circa 7 giorni, è disponibile in tre taglie (S,M, L) nei colori arancione e nero e può essere acquistato, al prezzo di 149,99 euro.

Ogni utilizzatore di UP24, inoltre, ha un account che gli permette di entrare in una vera e propria community per condividere obiettivi welness e incontrare virtualmente altri UP24 addicted. La community UP ha già registrato oltre 500 miliardi di passi e 50 milioni di notti di sonno!

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Orticola 2014, green is the new black!

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Non c’è dubbio: il verde va di moda. Non c’è evento a Milano che mi elettrizzi più di Orticola. Non c’è fashion week o Salone del Mobile che mi emozioni di più quando in città prende il sopravvento il verde, screziato di arcobaleno, della mostra-mercato che si tiene ogni anno a maggio, di solito nel weekend della Festa della Mamma, nei Giardini Indro Montanelli di via Palestro.

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Orticola, anche quest’anno, ha portato ufficialmente la primavera a Milano dando appuntamento a tutti quelli (si parla di circa 30mila persone) con (o senza) il pollice verde e a una moltitudine di giardinieri “in erba”. E io non potevo certo mancare all’inaugurazione, a cui sono stata invitata grazie alla mia amica (e compagna di mitici #flowerselfie) Lia per sbirciare tra le ultime tendenze floreali e catturare un pò di sano flower power.

Protagoniste di questa 19esima edizione sono le rose, in particolare quelle italiane, troppo spesso oscurate da quelle inglesi e francesi, e i loro ibridatori che riescono a creare colori e sfumature di cui solo la natura è capace. Tra le regine dei giardini la mia preferita di questa stagione, la “Pacific Dream – Blue for you”, è di una tonalità difficile da definire, tra il viola, il lilla e il blu. Gli esperti parlano di color “malva violaceo con sfumature blu ardesia e centro piú chiaro dal profumo di violetta e agrumi”. Insomma, una meraviglia racchiusa in un vaso.

Tra allestimenti floreali dei più noti vivaisti, fioritissimi cappellini sfoggiati dalle signore milanesi più chic, peonie giganti unite a minuscoli fiorellini di campo, inquietanti piante carnivore, orchidee tropicali, bulbi dai nomi impronunciabili, alberi da frutto e pezzi di design per il giardinaggio, esplode la passione botanica in chiunque passi, anche solo per caso, da quelle parti. Chi con un mastodontico roseto tra le braccia, chi solo con un bulbo o qualche semino in tasca, è impossibile uscire da Orticola a mani vuote.

20140508_183523_Sophia_Smoke-okIl mio bottino (più che soddisfacente) è rappresentato da un paio di piantine di papavero americano arancione, che si intona perfettamente con le pareti del mio balcone, e un vasetto di piante di fragoloni che non vedo l’ora maturino per divorarmele a pezzetti con limone e zucchero!

Orticola, aperta dalle 9.30 alle 19.30, continuerà fino all’11 maggio, quindi non escludo, conoscendomi, che farò un’altra incursione in questo paradiso cittadino per portarmi a casa un altro pezzo di natura….d’altra parte è un’ottima occasione da far “fruttare”, il verde (fa) sta(r) bene con tutto(i)!

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Il Brasile onirico di Adidas e The Farm

 

Adidas Originals e The Farm

Sarà perché il fischio d’inizio dei Mondiali di calcio si sta avvicinando sempre più, sarà per quella voglia d’estate che comincia ad essere insistente, sarà perché il giallo e il verde saranno i colori top della prossima stagione, ma io é da un pò di notti che sogno sempre e solo il Brasile.

La colpa é però anche un pò di Adidas Originals che ci ha messo lo zampino lanciando una collaborazione esplosiva con il brand carioca The Farm Company. Il risultato é una capsule collection di 4 graphic stories kaleidoscopiche che vengono riprodotte su top, t-shirt, felpe, short e sulla classica scarpa Gazelle in una cascata di flora e fauna indigena tra tucani e fiori tropicali.

Le immagini che seguono sono tratte dal mio ultimo sogno “Tucánario“. Special guest: Ugo!

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“Siamo maratoneti”, Asics dedica un video ai “folli” dei 42,195 km

Un frame del video di Asics
Un frame del video di Asics

Vestiamo a modo nostro”, “ci allacciamo (le scarpe) a modo nostro” e “corriamo finchè non riusciamo più camminare“…

Dedicato a quell’1% della popolazione mondiale che a preso parte ad una maratona (e a tutti quelli che presto lo faranno), “We are marathoners” è l’ultimo video di Asics che celebra la passione, la determinazione e la dedizione dei maratoneti di tutto il mondo.

Il video, le cui riprese si riferiscono alla Maratona di Melbourne 2013, racconta i vari rituali e le complessità dell’essere maratoneta e mostra le lunghe giornate che gli sportivi di tutti i giorni impiegano per preparare gli estenuanti 42 km e 195 m di sfida.

Stefano Baldini: la maratona? È questione di palle

Stefano Baldini
Stefano Baldini

La prima cosa che noti di lui sono i suoi occhi azzurrissimi, limpidi come la sua anima gentile e rispettosa. Eh sì perché la stoffa del vero campione é fatta anche di quello. Lui non ha solo muscoli perfetti, gambe lunghissime e fiato da vendere, lui ha soprattutto cuore e chi lo conosce lo sa, Stefano Baldini é un numero uno tanto nello sport quanto nella vita.

Tra qualche mese, il 29 agosto, saranno 10 anni che Stefano é entrato nella storia dell’atletica con la vittoria della maratona alle Olimpiadi di Atene 2004. Devo ammettere che quando la mia motivazione per la corsa scende riguardo all’infinito il video di quella mitica gara, l’entrata solitaria di Stefano nello stadio Panathinakos, le sue braccia alzate al cielo mentre taglia il traguardo e il suo urlo liberatorio sono tra i momenti più emozionanti per chiunque abbia un qualche legame con la corsa.

Ha dato tanto all’atletica da essere stato recentemente premiato dal magazine Runner’s World perché considerato tra gli “eroi del running”. Abbandonata la carriera agonistica, oggi il suo impegno é rivolto soprattutto verso i giovani. Verso quelli talentuosi (é direttore tecnico del settore giovanile Fidal) ma anche verso quelli in difficoltà (ormai corre solo per beneficienza). Alla Milano City Marathon, appena trascorsa, ha corso una staffetta in favore dell’associazione Anpil per i bambini del Congo.

Ho fatto quattro chiacchiere con il “Dio di maratona” (come lo titolava la Gazzetta dello Sport il giorno dopo la sua leggendaria Olimpiade) per carpirgli qualche segreto, ma sembra proprio che trucchi non ce ne siano: guerrieri si nasce e basta.

Stefano alla Maratona di New York 2013
Stefano alla Maratona di New York 2013

Che cosa ti è stato più utile per diventare un campione?

L’educazione che ho ricevuto, l’aver rispetto per me stesso e per gli altri, l’accettazione del risultato di una gara e dei propri limiti anche dopo aver dato il massimo.  

Ti ricordi il tuo primo paio di scarpe da running?

Certo, non erano vere e proprie scarpe da running, negli anni 80 mica c’era tutta l’offerta, la tecnologia e le possibilità di oggi. Ma si correva lo stesso, forte e col sorriso sulle labbra.  

“Nella vita, qualsiasi cosa succeda, devi continuare a correre” è il tuo diktat, cosa significa per te?

Che la corsa è la metafora perfetta del quotidiano: se riesci a reagire ai problemi, a piangere ma a ripartire, sei un campione di vita. Chi corre ha una marcia in più in tutte le cose che fa perchè è allenato a farlo ogni volta che calza le scarpe da running.   

Il posto più bello dove hai corso e quello dove ti piacerebbe correre?

Mi sono innamorato della Namibia, ci ho passato 400 giorni in 10 anni di allenamenti, quei colori e quei paesaggi non me li scorderò mai, mi piacerebbe tornarci presto. Dove mi piacerebbe correre? In Nuova Zelanda, e starci un paio d’anni.  

Correre per te è un pò come…?

Correre mi regala una serenità e una lucidità incredibili. Mentre corro riesco a trovare le soluzioni ai problemi quotidiani.  

Ritieni che la maratona sia una questione di pelle?

Se ami la corsa prima o poi proverai attrazione per i 42km, è troppo stimolante. Per me è stato amore a prima vista, quindi una questione prima di pelle….e poi di palle, correre la maratona mica è facile.  

La prima cosa che temi al mondo qual è?

La mancanza di sicurezza e serenità delle persone a me care.  

Cosa mangi? Segui una dieta particolare?

Quando preparavo le gare più importanti la dieta era legata all’allenamento precedente e successivo al pasto. Oggi posso permettermi qualcosa di diverso ma sempre rispettoso per il corpo. Chi corre si sa autoregolare.  

Le tre cose (a parte le scarpe da corsa) che non devono mai mancare nella tua valigia?

Un libro, le ciabatte e il mio beauty: col passare degli anni sono diventato molto più maniaco dell’igiene, ma penso che sia normale.  

Io e Stefano alla Venice Marathon
Io e Stefano alla Venice Marathon 2011

C’è stato un momento in cui hai pensato: “basta”?

Ce ne sono stati tanti, però correre mi piace troppo e mi sono sempre divertito, anche quando c’erano da correre gare molto importanti come le Olimpiadi.  

Oggi stai vivendo il mondo dello sport da una nuova prospettiva….

E’ bello anche così, guardare cosa fanno gli altri, commentare e cercare di aiutare qualche giovane a coltivare i propri sogni. Dopo aver ricevuto tanto dallo sport, è giusto anche che sia io a donare un pò di ciò che ho imparato.