New York. Ancora New York. Trecentosessantacinque giorni dopo la mia prima maratona nella Grande Mela, sono ancora qui sulla linea di partenza del Ponte di Verrazzano con la stessa emozione, gli stessi brividi che gelano i muscoli e contemporaneamente la stessa scarica di adrenalina che rende le gambe scalpitanti. Tutte sensazioni e stati d’animo fortissimi a cui non mi abituerei nemmeno dopo averne corse altre 100 di maratone. Cuore, testa e gambe sono pronti per il mio viaggio, ancora, attraverso i cinque quartieri di New York: Staten Island, Brooklyn, Queens, Bronx e Manhattan. La testa si affolla di pensieri, il cuore inizia a pulsare sempre più forte e gli occhi si bagnano di gioia. E poi il boato, un colpo di cannone e via, più di 100mila piedi si mettono in viaggio verso la meta. Sto correndo la maratona più bella del mondo, mi sento piccola piccola, ma con un orgoglio grande e mi faccio trasportare dal fiume di energia positiva che catturo in tutti gli occhi che incrocio durante la mia corsa. Posso percepire la forza che mi trasmette chi, anche se lontanissimo, è lì accanto a me con il pensiero.

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Ogni passo è una lotta contro la fatica che cerco di combattere in nome di tanti mesi fatti di sudore e sacrifici. In nome di tutte le ore di sonno perse il sabato e la domenica mattina, quando la sveglia suona sempre e comunque alle 6. In nome delle corse sotto il sole torrido di agosto, ma anche sotto le piogge di fine stagione. Insomma, ogni passo e ogni goccia di sudore di questi 42,195 km ha una dedica speciale. È il momento del riscatto, la strada davanti è mia, devo solo conquistarla con un piede davanti all’altro. Ma l’entusiasmo a un certo punto lascia spazio alla stanchezza e a un momento di sconforto. Le prime a crollare sono le gambe, ho i crampi, e sono solo a metà, poi anche la testa fa un passo indietro e allora guardo il cielo azzurrissimo di una New York quasi primaverile, e cerco (perchè da qualche parte c’è) la forza di andare avanti. La trovo nell’abbraccio amorevole della folla che incita, applaude e incoraggia. La trovo nell’espressione di goia e sofferenza di chi sta correndo a fianco a me, chi cieco, chi senza un arto e chi ha sconfitto una malattia, tutti vicini, quasi fratelli, con un sogno comune. In prossimità di un ponte, mi si avvicina un uomo colombiano su una sedia a rotelle e mi chiede di aiutarlo a spingerlo nella salita. Non posso deludere quella voglia di far tremare l’asfalto che leggo nei suoi occhi, il suo coraggio diventa la mia forza.

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Penso che in fondo la maratona sia qualcosa che di più simile non c’è alla vita e alla vita, cavolo, non ci si può arrendere mai. Quindi prendo fiato sì, rallento, a tratti cammino, ma non mollo.

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Niente gambe e niente testa, questa volta è stato il cuore a portarmi all’arrivo. Quel cuore un po’ malconcio, quello con le cicatrici, quello deboluccio. Bhè quell cuoricino che batte sempre a mille, su cui non avrei scommesso nemmeno un centesimo, mi ha portato (trascinando anche testa e gambe) ancora una volta con le braccia alzate, a tagliare il traguardo di Central Park.

Piango e chi mi mette la medaglia al collo mi abbraccia forte quasi come fosse la mia mamma.

Non mi chiedete quanto ci ho messo…a New York il tempo non conta, vale solo il cuore.

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