Mese: novembre 2015

NYC Marathon 2015, finishing is your only fucking option!

New York. Ancora New York. Trecentosessantacinque giorni dopo la mia prima maratona nella Grande Mela, sono ancora qui sulla linea di partenza del Ponte di Verrazzano con la stessa emozione, gli stessi brividi che gelano i muscoli e contemporaneamente la stessa scarica di adrenalina che rende le gambe scalpitanti. Tutte sensazioni e stati d’animo fortissimi a cui non mi abituerei nemmeno dopo averne corse altre 100 di maratone. Cuore, testa e gambe sono pronti per il mio viaggio, ancora, attraverso i cinque quartieri di New York: Staten Island, Brooklyn, Queens, Bronx e Manhattan. La testa si affolla di pensieri, il cuore inizia a pulsare sempre più forte e gli occhi si bagnano di gioia. E poi il boato, un colpo di cannone e via, più di 100mila piedi si mettono in viaggio verso la meta. Sto correndo la maratona più bella del mondo, mi sento piccola piccola, ma con un orgoglio grande e mi faccio trasportare dal fiume di energia positiva che catturo in tutti gli occhi che incrocio durante la mia corsa. Posso percepire la forza che mi trasmette chi, anche se lontanissimo, è lì accanto a me con il pensiero.

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Ogni passo è una lotta contro la fatica che cerco di combattere in nome di tanti mesi fatti di sudore e sacrifici. In nome di tutte le ore di sonno perse il sabato e la domenica mattina, quando la sveglia suona sempre e comunque alle 6. In nome delle corse sotto il sole torrido di agosto, ma anche sotto le piogge di fine stagione. Insomma, ogni passo e ogni goccia di sudore di questi 42,195 km ha una dedica speciale. È il momento del riscatto, la strada davanti è mia, devo solo conquistarla con un piede davanti all’altro. Ma l’entusiasmo a un certo punto lascia spazio alla stanchezza e a un momento di sconforto. Le prime a crollare sono le gambe, ho i crampi, e sono solo a metà, poi anche la testa fa un passo indietro e allora guardo il cielo azzurrissimo di una New York quasi primaverile, e cerco (perchè da qualche parte c’è) la forza di andare avanti. La trovo nell’abbraccio amorevole della folla che incita, applaude e incoraggia. La trovo nell’espressione di goia e sofferenza di chi sta correndo a fianco a me, chi cieco, chi senza un arto e chi ha sconfitto una malattia, tutti vicini, quasi fratelli, con un sogno comune. In prossimità di un ponte, mi si avvicina un uomo colombiano su una sedia a rotelle e mi chiede di aiutarlo a spingerlo nella salita. Non posso deludere quella voglia di far tremare l’asfalto che leggo nei suoi occhi, il suo coraggio diventa la mia forza.

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Penso che in fondo la maratona sia qualcosa che di più simile non c’è alla vita e alla vita, cavolo, non ci si può arrendere mai. Quindi prendo fiato sì, rallento, a tratti cammino, ma non mollo.

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Niente gambe e niente testa, questa volta è stato il cuore a portarmi all’arrivo. Quel cuore un po’ malconcio, quello con le cicatrici, quello deboluccio. Bhè quell cuoricino che batte sempre a mille, su cui non avrei scommesso nemmeno un centesimo, mi ha portato (trascinando anche testa e gambe) ancora una volta con le braccia alzate, a tagliare il traguardo di Central Park.

Piango e chi mi mette la medaglia al collo mi abbraccia forte quasi come fosse la mia mamma.

Non mi chiedete quanto ci ho messo…a New York il tempo non conta, vale solo il cuore.

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Correre alla giapponese. A Milano

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Correre una “numero zero” è sempre qualcosa che mi emoziona. Non so mai di preciso cosa mi aspetta e quell’“effetto sorpresa”, di solito, rende le mie gambe ancora più scalpitanti. Se poi alla trepidazione per una nuova esperienze di running ci aggiungi la formula “a staffetta” e un pizzico di atmosfera giapponese che anima il luogo dove di solito ti alleni, l’Arena di Milano, il divertimento non può che essere assicurato.

E così lo scorso sabato 26 settembre posso dire di aver corso “alla giapponese”. Ho corso quello che il popolo del Sol Levante chiama “ekiden” (eki= stazione e den=trasmettere) e da qui il nome di Ekirun, una gara a staffetta unica nel suo genere e dalle regole ben precise, proprio come vuole il rigore orientale, che ha debuttato in Italia.

Si tratta di una corsa, lunga come una maratona (42,195 km), che prevede la partecipazione di squadre composte da 6 corridori, maschili, femminili o miste. Ma la particolarità è che ad ogni cambio, i frazionisti sono tenuti a passare al compagno successivo una fascia da indossare a tracolla, il tasuki, tipico testimone della competizione diventato ormai il simbolo dell’evento.

A battezzare la prima edizione made in Italy della Edenred Ekirun c’era un sole caldo e un’aria frizzantina tutt’altro che autunnale e già dalle prime ore della mattina l’Arena si era gremita di un esercito di spettatori ed entusiasti runners, tra cui la mia squadra tutta al femminile. Un team messo insieme all’ultimo minuto e composto da sole 4 ragazze. Infatti tra le rigide regole della competizione era previsto di poter correre più di una frazione a patto che non fossero consecutive. E così, a presentarsi ai nastri di partenza accanto al nostro team “Cosmic Girls”, oltre 200 squadre, di cui 37 iscritte alla gara competitiva (tra cui 350 donne), e Annalisa, la nostra prima frazionista. Era pronta a partire per i suoi 7,195 km intorno all’Arena e al Parco Sempione con il testimone a tracolla, con su scritto “Run as One”, che la rendeva ancora più emozionata.

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A dare il via alla gara sono stati i suonatori di tamburi tradizionali Taiko dell’Associazione Italiana Shumei, che hanno caricato di adrenalina chi iniziava a correre e chi aspettava il suo turno per farlo. Greta, la seconda frazionista della nostra squadra, già pronta nella zona cambio allestita all’interno della pista di atletica scrutava impaziente all’orizzonte fino a quando Annalisa, a circa un centinaio di metri da lei si è tolta la fascia e con le braccia tese, come voleva il regolamento, gliel’ha affidata sfrecciando per il suo giro da 5 km. Ed è qui che sono entrata in gioco. Appena partita la mia compagna di squadra sono arrivata nella zona di cambio e durante quei 25 minuti in qui sono stata lì ad aspettare Greta mi sono davvero divertita nell’osservare i passaggi di testimone dei diversi team (molti dei quali organizzati tra colleghi di lavoro), dai nomi più disparati (da “Maidirebanzai” a “Ciaparatt” e “Le Paperelle”) stampati sulle magliette create ad hoc.

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La mia frazione era una di quelle “lunghe”, da 10 km e una volta indossata la mia fascia ho cominciato a correre a ritmo sostenuto perchè il fatto di avere un testimone da passare a una compagna mi faceva sentire carica di responsabilità. Ho percorso così due volte l’anello intorno allo storico tempio dello sport milanese, passando per il Castello Sforzesco, la Triennale e il Parco Sempione, tra spettatori incitanti e automobilisti adirati per il traffico bloccato. Il testimone passa così a Federica, la terza frazionista che percorre i suoi 5 km, e poi tocca ancora a Greta, che di chilomentri ne percorre 10, e poi il tasuki passa definitivamente ancora a me che lo porto al traguardo dopo altri 5 km. La nostra squadra, con grande soddisfazione, si classifica prima femminile nella categoria non competitiva. Ma in realtà ciò che ha vinto è stato lo spirito di squadra, l’unione delle forze e il supporto reciproco. Insomma, un esperimento ben riuscito questa Edenred Ekirun, una corsa che si è rivelata più una festa che una competizione i cui premi, nel rispetto della tradizione giapponese, non potevano che essere delle creazioni artistiche a forma di origami. E poi, per festeggiare (e per rimanere in tema) tutti a mangiare sushi, un ottimo recovery meal per rimettersi in forze!