Mese: novembre 2014

Let’s Pump it up! Il “gonfia-sgonfia” di Reebok compie 25 anni

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Il mio è un vero e proprio attacco di nostalgia. Se dico “PUMP”, sono certa che non devo dare altre spiegazioni. Sono sicura che chi, come me, è figlio degli anni ’80, non ha bisogno di altre parole per capire che si tratta di un modello di scarpe sportive che hanno fatto la storia.

Quando ancora la parola “sneaker” non faceva parte del nostro vocabolario, e la scarpa dal mood sportivo veniva ancora chiamata “scarpa da ginnastica” o “scarpa da tennis”, venne presentata per la prima volta la tecnologia “The Pump”, su una scarpa Reebok. Era il 24 novembre 1989.

Ve la ricordate la famosa “pallina” da basket posizionata sulla linguetta della scarpa che dava la possibilità di gonfiare e sgonfiare camere d’aria posizionate nella tomaia e avere così un controllo diretto sul fit and feel delle calzature sul proprio piede? Bene, quella tecnologia, ideata da un ex vigile del fuoco, un tale Paul Litchfield, ha appena spento 25 candeline.

Studiato originariamente per il campo da basket, questo sistema ha avuto un successo tale che a partire dai primi anni ’90 vennero lanciate una serie di Pump realizzate appositamente un po’ per tutti gli sport, dal cross training al walking fino al running, al tennis e persino all’aerobica.

Come dimenticare il cestista Dee Brown che nel 1991 “pompava” le sue Reebok sul parquet di gioco prima di ogni sua schiacciata?

Il boom però è arrivato quando le Reebok Pump hanno raggiunto la strada. Migliaia di ragazzini, Reebok ai piedi, si sfidavano a suon di “tu quanti pump dai?” e il fenomeno non si è più arrestato diventando un must-have anche dell’universo femminile (ma quanto mi piacevano quelle bianche e blu del mio compagno di banco del liceo???).

E proprio in occasione del 25° compleanno di Pump, Reebok ha deciso di regalare a tutti i suoi fan la riedizione degli storici modelli “gonfia-sgonfia”, dalla Bringback alla Battletop fino alla Omni Lite.

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Pain & pride in NY

Ho nostalgia di New York, è passata solo una settimana da quando sono tornata e già mi manca. Sento la mancanza di quel crash, di quel cortocircuito di emozioni che mi ha provocato girando per la città giorno e notte, ma una certezza c’è: ci ritornerò, ancora di corsa e ancora con lo stesso entusiasmo. Ho raccontato la “mia” NY, la mia avventura a stelle e strisce su Mood, il lifestyle magazine di Pambianco. (http://mood.pambianconews.com/paine-pride-in-ny/). Enjoy!

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“New York dorme. All’alba della prima domenica di novembre, nella città che non dorme mai, c’è uno strano silenzio, urla solo il vento. New York “sembra” che dorma, in realtà già da qualche ora migliaia di persone hanno già allacciato le loro scarpette da running, hanno già fatto la loro colazione super energetica e stanno scaldando i loro muscoli spalmandosi balsamo di tigre sulle gambe. È il giorno in cui si corre la 44esima edizione della New York City Marathon, l’evento podistico per eccellenza, il sogno di chi corre, e da lì a poco la Big Apple esploderà. Fa freddo, il termometro segna i 3 gradi, ma il percepito sfiora lo zero, tutta colpa di un vento gelido con raffiche che raggiungono i 70 km/h. È la Maratona newyorkese più fredda degli ultimi 20 anni, così dicono. E io sono lì per la prima volta.

Per raggiungere la start line, che si trova sul Ponte di Verrazzano, nel distretto di Staten Island, io e il gruppo di runner con cui sono arrivata dall’Italia, prendiamo un pullman che ci porta, in un’oretta di viaggio, dritto al villaggio della Maratona, nell’accampamento militare di Fort Wadsworth che ci ospiterà, ovviamente all’aperto, per le tre ore che precedono la gara. I controlli sono serratissimi, la temperatura scende e l’emozione sale. Nell’attesa se ne vedono di tutti i colori. C’è chi si copre con una tuta da sci, chi schiaccia un pisolino nel sacco a pelo, chi cammina avvolto nel piumone del letto e chi, secondo le proprie usanze, si ciba di piselli e fagioli, oppure, secondo le proprie scaramanzie, indossa calzini spaiati. Siamo oltre 50mila tra professionisti e amatori, provenienti da 125 Paesi (con l’Italia al terzo posto dopo Stati Uniti e Francia per numero di partecipanti). Intorno a me ci sono tutte le etnie, c’è il biondo, il moro, quello con gli occhi a mandorla e quello con la pelle scura. C’è quello con il fisico snello, ma anche quello con la pancetta, c’è la mamma, ma anche la nonna, c’è il gruppone rumoroso di amici e il solitario, c’è chi prega e chi canta. Insomma, ci siamo tutti, così diversi, ma così uguali grazie alla stessa passione per la corsa che ci rende quasi fratelli. Manca poco, le gambe gelate iniziano a scalpitare, ci si sorride, ci si scambiano chiacchiere anche se non si parla la stessa lingua, ci si carica a vicenda. Il tempo di qualche high-five di qua e di là ed ecco il cannone segnare ufficialmente l’inizio della gara. Per molti, e per me, è l’inizio del sogno di una vita, nelle orecchie vibra la voce di Liza Minnelli che canta “New York, New York”, si parte!

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Dal ponte di Verrazzano, che attraversa il canale Narrows, partono i top runner, prima le donne e poi gli uomini, e, a seguire le famose 4 wave, ondate programmate ogni 20 minuti circa per evitare la congestione alla linea di partenza. La mia è la seconda, alle 10.05 sono già sul ponte, frastornata da pensieri confusi tra cui il “chi me l’ha fatto fare?” e il “è il giorno più bello della mia vita!” e davanti a me 42,195 km o, per dirla all’americana, 26,2 miglia da correre. “Central Park mi aspetta”, continuo a ripetermi e inizio a correre. La salita sul Verrazzano è più dura del previsto, i muscoli sono freddi, le gambe girano a fatica, e nell’aria risuonano solo i respiri affannosi e le scarpette che sfiorano l’asfalto. Superato il ponte il percorso prosegue fino al quartiere di Brooklyn dove l’impatto è caldissimo: centinaia di persone urlanti si accalcano alle transenne per fare il tifo: ha inizio la festa!

Il calore della gente riscalda i cuori (e i muscoli) e da qui si comincia a svestirsi: c’è chi abbandona la tuta e il k-way e chi si libera di cappello e guanti. Tutti gli indumenti dismessi vengono lanciati ai bordi della strada e verranno poi raccolti per andare in beneficienza.

You can do it! Go, go, go!”, incita la gente. Il popolo di New York è tutto ai bordi delle strade per offrirti qualcosa: c’è chi ti porge acqua, biscotti e frutta o solo un sorriso, e chi applaude in uno scenario ricco di cartelli colorati incitanti che farebbero sentire importante chiunque passi di lì. Ti fanno sentire un prode, ma in fondo stai solo correndo. Sul percorso, 130 band musicali danno il ritmo alla nostra corsa.

Ed ecco scorgere il distretto del Queens, siamo più o meno al 13esimo miglio, metà gara è andata. Se mi guardo intorno vedo migliaia di magliette di persone che corrono per qualcuno o per qualcosa. Davanti a me corre una ragazza cieca con il suo accompagnatore, ma lungo il mio viaggio incontrerò anche tanti giovani in carrozzella e senza arti superiori con una determinazione a tagliare quel traguardo da mettere i brividi.

Poi, le gambe iniziano a cedere e un momento di sconforto prende il sopravvento. Ma è lì che, tra 50mila persone, incontro per caso un amico, una sorta di angelo custode, che mi accompagnerà per tutta la seconda parte della gara, spronandomi a “non mollare” fino all’arrivo.

Una volta raggiunto, e superato, il tanto temuto Queensboro Bridge, “il ponte dei crampi”, come l’ho rinominato a causa della salita infinta, inizia la lunghissima 1st Avenue che regala uno scorcio incredibile della città: siamo a Manhattan. La gara prosegue poi fino all’entrata nel quartiere del Bronx e successivamente lungo le strade di Harlem dove è tutto un saliscendi accompagnato da cori gospel. E da lì si corre verso il centro di Manhattan lungo la 5th Avenue, per arrivare finalmente in Central Park.

Gli ultimi chilometri sono quelli delle emozioni che prendono il sopravvento dove è la forza mentale a sorreggere il dolore e l’affaticamento muscolare. Le bandiere sventolano nell’aria, la folla di spettatori si fa sempre più fitta e sempre più festante, urla il tuo nome e grida “almost there”. Il traguardo è proprio lì davanti ai miei occhi, basta un solo passo, alzo le braccia al cielo e con l’ultima energia rimasta cerco di realizzare e convincermi di avercela fatta davvero. Le gambe crollano, le tiene su solo l’orgoglio perché chi termina una maratona, vince la gara più dura, quella contro se stesso. E il tempo che ci metti a percorrerla non conta. A New York, che tu ci metta 2h 10’59” come il vincitore, il keniano Wilson Kipsang, o 8 ore (il tempo limite della gara), sei considerato comunque un eroe”.

Pain is temporary, pride is forever.

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